Pantelleria attraverso gli occhi di turisti americani: una meraviglia da scoprire

Pantelleria attraverso gli occhi di turisti americani: una meraviglia da scoprire

Il New York Times ha scritto un articolo su Pantelleria.
Ben fatto per la media di un ospite americano (lo allego nel primo commento).

Ricordo che un paio di anni fa abbiamo accolto al Dammuso Zighidì, un dammuso antico nella omonima contrada, due giovani americani.
Erano in viaggio in Italia e per un puro caso avevano scelto di stare cinque giorni a Pantelleria, avevano puntata con un dito su una cartina geografica, in un gioco che (almeno una volta nella vita) tutti sogniamo di poter fare ed eccoli lì, si erano trovati a Pantelleria.
Erano entrambi molto belli: lui era un architetto texano e lei, newyorchese, si occupava di marketing.
Ci hanno raccontato che vivevano in un paesino del Texas ai confini col Messico.
Pochissime anime e un monumento a Prada (avete capito bene, un monumento al famoso brand).

Si sono innamorati di Pantelleria immediatamente e lui ci ha chiesto di vedere un dammuso in costruzione: voleva vedere la fattura delle volte.
Ricordo le sue mille domande e la meraviglia nei suoi occhi.

Ho vissuto in America un paio di anni e ho portato degli americani in Sicilia ma mai nessuno a Pantelleria.
Mi sono sempre chiesta, conoscendo questo popolo (che sa poco o nulla di storia) che possiede un territorio con realtà naturalistiche di infinità bellezza ma che vive in città disumanizzanti e dentro vite nelle quali ciascuno rincorre le giornate mentre le giornate gli corrono dietro come cani affamati, ecco mi sono domandata quale potesse essere la reale percezione di un luogo come Palermo e la Sicilia.

Oggi mi chiedo con che occhi un americano possa avere guardato Pantelleria.
Prendo in considerazione, dato il mestiere e la testata per cui ha scritto, che possa essere una persona che ha girato il mondo e, pertanto, magari ne conosca diverse sfaccettature.
Ma Pantelleria è un luogo così diverso e complicato, fatto di così tante unicità, lontano da qualsiasi stereotipo.
Fatto di un silenzio e una lentezza che niente ha a che vedere con la logica mentale di chi sbrana la vita e dalla vita si fa sbranare.
A Pantelleria è tutto tondo o appuntito, l’America gentrificata (a parte certi skyline) è piatta.
Come, virtualmente, è piatto il pensiero dell’americano medio.

So che sto generalizzando.
So che sto raccontando una verità che, probabilmente, appartiene solo a me e a certi miei vissuti.
Ma chi è abituato a ergere antenne al posto delle guglie cosa può saperne di un cielo il cui confine non è racchiuso dentro nulla?
Chi abita dentro case perfettamente climatizzate (con un dispendio di energia che difficilmente noi isolani possiamo immaginare) dentro le quali estate e inverno si somigliano in egual misura perché tanto dormi tutto l’anno con addosso la trapunta, cosa può saperne di come ti attraversano le stagioni all’interno di un dammuso?

Costoro cosa ne sanno dello spessore del muro che ti separa dal freddo e dal caldo? Avranno notato la pietra che si incastra con l’altra? Si saranno accorti che lo spazio di Pantelleria è aperto? Avranno fatto caso alla conca che ospita la vite? Si saranno chiesti cos’è lo Scirocco? E come una pala di ficodindia fa crescere una pianta di pomodoro?

Gli americani sono giovani per definizione.
Lo sono anche i vecchi.
Mentre il nostro è un paese anziano.
E Pantelleria cammina con un bastone nella mano destra.

 
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